Con i primi approcci allo scrivere ho tastato un terreno di nuova fertilità: conscia che non solo dovevo ricostruire quella parte del corpo che si manifestava malata, ma che avrei dovuto anche calarmi maggiormente nelle tele dell’intimo per comprendere, per capire, per affrontare i vecchi dolori che avevo voluto nascondermi.
Lo avverto ancora quello spasmo della scrittura, come allora: quando la mano fluida sulla carta mi portava via nel dolce percorso della memoria, attraverso cui riuscivo a rivedermi bambina, ragazza, giovane adulta.
Con la scrittura liberatoria ho rivisto i momenti della gioia e quelli profondi del dolore, delle sofferenze non dette e di quelle negate. Ho compreso, mentre l’intuizione lasciava posto alla consapevolezza, che le paure e gli interrogativi potevano divenire la mia forza.
Proprio attraverso il mezzo a me più congeniale ho iniziato a maturare una grande forza che è ancora il mio forte sostegno: la forza della vita che non vuole arenarsi mai e che obbliga se stessi a prendere posizione stando ben eretti, per fare del proprio credo un vessillo anche contro il male più temibile.