I casi che potrei annoverare sono molti. Perché le persone che hanno vissuto la sofferenza e che si sono ritrovate dopo un percorso a ritroso sono molte.
Alcune di queste hanno trovato la forza e il coraggio di scrivere. Come figure autorevoli penso e cito la grande Isabelle Allende.
Scrive nel suo libro “…Ma il racconto mi aveva preso e non potei più fermarmi , altre voci parlavano attraverso di me, scrivevo in trance, con la sensazione di andar dipanando un gomitolo di lana , e con la stessa urgenza con cui scrivo adesso. Alla fine dell’anno si erano accumulate 500 pagine in una borsa di tela e capii che non era più una lettera ; allora annunciai timidamente alla famiglia che avevo scritto un libro. Quel libro mi salvò la vita. La scrittura è una lunga introspezione, è un viaggio verso le caverne più oscure della coscienza, una lenta meditazione”.
Rainer Maria Rilke in “ Lettere a un giovane poeta” in una sua lettera inviata al suo giovane allievo scrive: “…E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guradi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposte alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.”.
Nel suo testo egli parla di “ discesa nella solitudine, nell’intimo” come forze da cui attingere nuova linfa vitale. La storia di Maura che ho scritto due anni fa è quel caso, quell’esempio di forte testimonianza rigenerata attraverso lo scritto in solitudine.